Come il “sistema Nazioni Unite” sta includendo le persone con disabilità

Fonte: www.superando.it del 17 settembre 2019

di Giampiero Griffo

A tredici anni dall’approvazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, vediamo come le Nazioni Unite hanno finora affrontato la questione del cosiddetto “mainstreaming della disabilità”, ovvero dell’inserimento di tale tema in tutti i propri documenti e nel proprio assetto organizzativo e pratico. «L’impegno dell’ONU in questo àmbito – scrive Giampiero Griffo – è chiaro e trasparente, specie se confrontato con quanto avviene nel nostro Paese, ove siamo purtroppo ancora lontani da una linea coerente nell’attuare gli impegni assunti con la ratifica della Convenzione».

L’approvazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità ha prodotto un cambiamento epocale nella lettura della condizione delle persone con disabilità nel mondo.
Ratificata ad oggi da 179 Paesi (oltre il 90% dei 193 Stati Membri delle Nazioni Unite), la Convenzione ha avviato infatti processi di cambiamento all’interno delle legislazioni nazionali in molti Paesi, ha rafforzato il ruolo delle organizzazioni che rappresentano le persone con disabilità, ha prodotto riflessioni culturali, influenzato le formazioni accademiche, avviato ricerche innovative, dato il via a progetti e azioni prima impensabili.

Non è ancora possibile fare un bilancio a distanza di quasi tredici anni dalla sua approvazione, ma i dati disponibili sono confortanti.

Il sistema di monitoraggio realizzato dal Comitato ONU per i Diritti delle Persone con Disabilità, il cosiddetto Treaty Body attivato dall’articolo 34 della Convenzione, attraverso le procedure dell’articolo 35, ha permesso di monitorare l’applicazione del Trattato in quasi cento Paesi, ha prodotto sette testi giuridici interpretativi degli articoli più importanti, ha promosso una visibilità importante delle istituzioni nazionali indipendenti sui diritti umani, che hanno inserito tra i propri compiti anche la promozione e tutela dei diritti per le persone con disabilità (ricordiamo, a tal proposito, che l’Italia non ha una commissione nazionale competente sui diritti umani sul modello dei Princìpi di Parigi dell’ONU).

A livello poi della partecipazione alle decisioni sui documenti e le politiche, l’IDA (International Disability Alliance) è divenuta dal 2014 rappresentante della minority disabilità (mentre prima le sole minority prese in considerazione erano le donne, i bambini e gli anziani). Questo ha permesso di interloquire direttamente con gli uffici competenti, per inserire i diritti delle persone con disabilità in tutte le azioni e gli atti delle Nazioni Unite.

Un tema di particolare importanza, dopo l’approvazione della Convenzione, è stato quello del cosiddetto mainstreaming della disabilità, ovvero dell’inserimento di tale tema in tutti documenti e nell’assetto organizzativo e pratico delle Nazioni Unite.

All’inizio la prima questione sollevata è stata quello dell’accessibilità agli eventi organizzati dall’ONU e agli edifici che ne ospitano gli uffici. Vale qui la pena ricordare che durante le sessioni dell’Ad hoc Committee, il Comitato Ad Hoc che ha scritto il testo della Convenzione, solo nell’ultima sessione è stata disponibile una stampante in Braille per i delegati ciechi dei singoli Paesi e solo grazie a una donazione privata.

Nel 2013, quindi, è stato istituito l’Accessibility Centre, dotato di tecnologie donate dalla Corea del Sud, che sostiene a tutti i livelli la partecipazione delle persone con disabilità alle attività delle Nazioni Unite (e-mail: accessibilitycentre@un.org). Tale organismo, infatti, è incaricato di garantire facilitazioni ambientali nelle conferenze e nei servizi, e offre documentazioni e informazioni in formati accessibili.

Degno di nota, inoltre, è il documento definito per promuovere l’occupazione delle persone con disabilità all’interno del personale che lavora negli uffici delle Nazioni Unite e garantire l’adattamento delle postazioni di lavoro.

Altro elemento delle problematiche legate al mainstreaming della disabilità è stato l’impegno a definire l’inclusione delle persone con disabilità all’interno delle attività delle singole Agenzie dell’ONU.
Qui la responsabilità era demandata in precedenza agli uffici che trattavano il tema della disabilità all’interno di quelle stesse Agenzie. Ad esempio per l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) era il Disability and Rehabilitation Office e lo stesso avveniva per l’Unicef, l’Unesco, l’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) e così via. Spesso, però, questi piccoli uffici non avevano le risorse per lavorare su questo obiettivo, per questo è stata lanciata una campagna di formazione e sensibilizzazione all’interno dei Country Teams, ovvero delle persone che lavoravano nei vari Paesi per conto delle singole agenzie dell’ONU.

Sono state avviate, insomma, una serie di iniziative per far si che il “sistema Nazioni Unite” includesse le persone con disabilità.

L’ultima, e forse la più importante, delle iniziative sul mainstreaming della disabilità, è stata presa dall’attuale segretario generale dell’ONU, António Guterrez, che ha approvato nel marzo di quest’anno una strategia sulla disabilità denominata UNDIS (United Nations Disability Inclusion Strategy), con un apposito ufficio di coordinamento alle proprie dipendenze, sul modello del CEB (Chief Executives Board for Coordination) Policy on Gender Equality and the Empowerment of Women (CEB/2006/2), con cui collabora sui temi del genere.

La strategia – costruita sulla base di un’indagine realizzata dallo Special Rapporteur (“Relatore speciale”) sulle Regole Standard per le Pari Opportunità delle Persone con Disabilità – prevede due grandi linee di intervento, la prima delle quali legata a un impegno di alto livello per garantire nel prossimo decennio una visione chiara ed efficace per l’inclusione della disabilità nel sistema della Nazioni Unite, mentre la seconda punta ad istituire un quadro di riferimento sociale per l’implementazione della Convenzione e dell’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile.
Questo impegno si è già sostanziato in vari documenti delle Nazioni Unite: ad esempio, nell’àmbito degli interventi di emergenza e degli aiuti umanitari (Sendai Framework for Disaster Risk Reduction 2015-2030; Charter on Inclusion of Persons with Disabilities in Humanitarian Action: Carta di Istanbul, 2015; Linee guida sull’inclusione delle persone con disabilità negli aiuti umanitari, 2019), le persone con disabilità – e altresì le ragazze e donne con disabilità, come sottolineato dall’organizzazione Women’s Refugee Commission – devono essere incluse in tutti gli interventi e coinvolte nella preparazione e gestione delle azioni conseguenti. Lo stesso vale per i rifugiati, come indicato dal Global Compact dell’ONU (2018).

Il documento più importante, comunque, è quello relativo ai diciassette Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, connessi alla citata Agenda 2030, che tracciano un modello di sviluppo volto a rispettare in maniera armonica i diritti umani, la natura, i cambiamenti climatici, lo sviluppo economico e sociale, fatto proprio anche dall’Italia.

Anche in questo documento le persone con disabilità sono parte integrante delle popolazioni che devono gestire e beneficiare dei risultati di questo sviluppo. In particolare esse sono esplicitamente citate in undici punti, nell’Obiettivo 4 (Fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti), nell’Obiettivo 8 (Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti), nell’Obiettivo 10 (Ridurre le disuguaglianze all’interno e fra le Nazioni) e nell’Obiettivo 11 (Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili).
Nell’àmbito poi del settore denominato I dati, il monitoraggio e la responsabilità dell’Obiettivo 17 (Rafforzare gli strumenti di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile), è stato chiesto agli Stati di «aumentare in modo significativo la disponibilità di dati di alta qualità, tempestivi e affidabili disaggregati in base al reddito, sesso, età, razza, etnia, status migratorio, disabilità, posizione geografica e altre caratteristiche rilevanti in contesti nazionali».
Dal canto suo, la già citata IDA (International Disability Alliance) ha prodotto anche una guida su come gli Obiettivi possano concretamente sostenere i diritti allo sviluppo delle persone con disabilità.

In conclusione si può dire che l’impegno delle Nazioni Unite in questo àmbito sia chiaro e trasparente, specie se confrontato con quanto avviene nel nostro Paese, ove siamo purtroppo ancora lontani da queste metodologie di lavoro e da una linea coerente nell’attuare gli impegni assunti con la ratifica della Convenzione, avvenuta, va ricordato, all’inizio del 2009, con la Legge 18/09.