Lavoro, scuola e disabilità: battere un colpo e farlo in fretta

Lavoro e scuola: sono i due temi fondamentali sui quali la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) lancia un forte allarme, chiedendo al mondo della politica di intervenire concretamente e di farlo in fretta, per rilanciare il Paese a partire da questi settori, manifestando al contempo «tutta la propria preoccupazione – come si legge in una nota diffusa dalla Federazione – per l’attuale condizione d’incertezza dettata dalla crisi di governo», ricordando che ora più che mai, ad esempio, «il mondo della scuola ha bisogno di continuità».

Per quanto riguarda il lavoro, l’analisi della FISH parte dai dati impietosi diffusi ieri, 1° febbraio, dall’ISTAT, secondo i quali in ogni ora che passa sono cinquanta le persone a perdere il lavoro, 101.posti in meno, nel solo mese di dicembre scorso, ben 99.000 dei quali di manodopera femminile. «Si tratta di un bilancio – secondo la FISH – che costituisce una vera e propria bomba sociale, colpendo ancor di più i giovani: se in totale, infatti, sono 13 milioni gli italiani che non lavorano, tra questi, quasi 5 milioni hanno meno di 50 anni».
Entrando poi nello specifico dei lavoratori e delle lavoratrici con disabilità, «il loro tasso di disoccupazione – sottolinea la Federazione – è pari a otto volte quello del mercato del lavoro ordinario, una situazione di svantaggio che ora rischia di aggravarsi a causa della pandemia e con la fine del blocco dei licenziamenti. E ciò nonostante la Nona Relazione sullo stato di attuazione della Legge 68/99 (Norme per il diritto al lavoro dei disabili), relativa agli anni dal 2016 al 2018, recentemente depositata in Parlamento, evidenziasse i progressi ottenuti nel corso degli anni anche sul versante della domanda del lavoro, sia pubblica che privata; cifre che confermavano una crescita occupazionale su tutto il territorio nazionale».
«Ora però – proseguono dalla FISH -, sono ancora una volta le persone con disabilità e le loro famiglie a pagare il prezzo più caro per le politiche adottate durante la pandemia, anche a causa delle lacune presenti nelle normative in termini di percorsi di sostegno all’inclusione lavorativa e alla necessità di un ripensamento dei Servizi per l’Impiego che vada nella direzione di un accompagnamento in questi processi dei singoli e delle aziende. Senza dimenticare la morosità del Ministero del Lavoro rispetto a quanto previsto sin dal 2015, attraverso il Decreto Legislativo 151/15, dal momento che mancano ancora, dopo sei anni, le previste Linee Guida per l’Inclusione Lavorativa e l’attivazione della Banca Dati del Collocamento Mirato, fissata anch’essa da quel Decreto Legislativo. Due strumenti essenziali, questi ultimi, il primo dei quali per rendere i servizi più efficaci, il secondo per attuare politiche più oculate. Per questo, per rendere un lavoro effettivo per tutti e tutte, il Parlamento, oggi, e il nuovo Governo, domani, battano un colpo e lo facciano in fretta».

Non meno allarmante viene ritenuta la situazione sul fronte della scuola. «In questi mesi – ricorda a tal proposito Vincenzo Falabella, presidente della FISH – è stato avviato con il Ministero dell’Istruzione un importante percorso per l’inclusione scolastica, a partire dai nuovi modelli di PEI (Piano Educativo Individualizzato), ove si è richiamato il principio della corresponsabilità educativa. Si è tornati in sostanza a riflettere sulle pratiche di inclusione in una prospettiva di valore, dove l’alunno e l’alunna con disabilità debbano rappresentare una risorsa per l’intero ambiente di apprendimento. Sono stati fatti, inoltre, importanti investimenti per la formazione continua degli insegnanti curricolari, allo scopo di garantire l’inclusione scolastica degli studenti e delle studentesse con disabilità: sappiamo, ad esempio, che dal prossimo anno ci saranno 25.000 insegnanti di sostegno stabili in più. E ancora: nell’ultima Legge di Bilancio [Legge 178/20, N.d.R.] sono stati stanziati 30 milioni di euro per il prossimo triennio per offrire agli studenti e alle studentesse con disabilità gli ausili e i sussidi didattici di cui necessitano nella quotidianità per fare scuola».
«Per tutto quanto detto – conclude Falabella – «è importante, in questa fase delicata per il Paese e in special modo per gli alunni, le alunne con disabilità e per le loro famiglie, non rimettere in discussione quanto di buono fatto fino ad ora». (S.B.)

I permessi da Legge 104, quando c’è anche l’assistente familiare I permessi da Legge 104, quando c’è anche l’assistente familiare

Fonte: www.superando.it 2/2/2021 Chi beneficia dell’aiuto di uno o di una assistente familiare (badante) per la cura di una persona con disabilità grave ha comunque il diritto di fruire dei permessi previsti dalla Legge 104/92? La risposta è affermativa, come specifica il portale “La Legge per Tutti”, in un ampio approfondimento interamente dedicato proprio a questo tipo di permessi, sottolineando inoltre che è possibile fruirne anche se nel nucleo familiare della persona con disabilità vi sono familiari conviventi non lavoratori, idonei a prestare assistenza

Chi beneficia dell’aiuto di uno o di una assistente familiare (badante) per la cura di una persona con disabilità grave ha comunque il diritto di fruire dei permessi previsti dalla Legge 104/92?
Se ne occupa il portale La Legge per Tutti, in un ampio approfondimento interamente dedicato proprio a questo tipo di permessi, specificando, rispetto al quesito iniziale, che «il lavoratore il quale si prende cura del portatore di handicap grave, nominato referente unico per l’assistenza di tale persona, può chiedere i permessi da Legge 104, anche se sono presenti altre forme di assistenza pubblica o privata, come assistenti familiari-badanti», così come se «nel nucleo familiare del disabile vi sono familiari conviventi non lavoratori, idonei a prestare assistenza». (S.B.)

Covid: il difficile post dimissioni delle persone con disabilità

Articolo a cura del dott. Giuseppe Mussi è direttore generale Anffas Massa Carrara e componente Comitato Tecnico Scientifico Anffas Nazionale

Fonte www.vita.it – L’11 marzo 2020 L’OMS ha dichiarato il raggiungimento del livello pandemicoQuel giorno, i pazienti positivi alla ricerca del SARS–CoV-2 in Toscana erano già 314, di questi i ricoverati in Malattie infettive e in Area medica erano 87 e quelli in Terapia intensiva erano 54. A questo punto dell’epidemia, con numeri in rapida crescita anche nella nostra regione, è apparso chiaro che le strutture specialistiche presto non sarebbero state in grado di accogliere i casi in livelli d’intensità appropriati.

La risposta della rete ospedaliera Toscana è stata declinata nelle tre Aree Vaste, SudEst, Centro e NordOvest, ciascuna delle quali è stata strutturata per fornire le cure necessarie ai pazienti Covid-19 per tutti i livelli d’intensità di assistenza secondo un modello concettuale già collaudato per tutte le reti cliniche. Ciascuna Area Vasta è stata articolata per la risposta alla pandemia in tre tipologie di ospedale.

  • Un ospedale Core-A, corrispondente all’Azienda ospedaliero universitaria che insiste su quel territorio (Careggi per l’Area Vasta Centro, Pisana per la Nord-Ovest e Senese per la Sud-Est). Questi ospedali garantiscono il maggior numero di posti letto per pazienti Covid-19, sia in Area medica (compresi reparti di Malattie infettive), sia in Terapia intensiva.
  • Ospedali Core-B, che corrispondono ai maggiori ospedali per acuti dell’AUSL di Area Vasta. Questi garantiscono tutte le funzioni per i pazienti Covid-19 e mantengono la continuità delle funzioni per l’oncologia e le reti tempo dipendenti. Sono dotati di un numero di posti letto in Terapia intensiva tale da creare un’Unità Covid-19 e assicurando al tempo stesso posti letto intensivi per altri pazienti; spesso sono sede di un reparto di Malattie infettive, o in alternativa garantiscono la presenza dello specialista.
  • Gli ospedali No Core, non dispongono di Terapia intensiva o hanno solo piccoli reparti intensivi, che non consentono di destinare una porzione a pazienti con Covid-19. Garantiscono la continuità dell’assistenza per altri trattamenti non rinviabili. Si tratta di numerosi piccoli ospedali del Sistema sanitario e delle Case di Cura private.

In condizioni di base gli ospedali toscani dispongono complessivamente di 322 posti letto di terapia intensiva. Il 18 marzo 2020 è stata emessa l’ordinanza del Presidente della Giunta regionale con l’approvazione del piano per la realizzazione di 280 postazioni di cure intensive, convertendo reparti di degenza strutturati per l’alta intensità, sale operatorie, recovery room, ambulatori chirurgici ecc, fino a poterne garantire 394 solo per i pazienti Covid-19, continuando a gestire separatamente i pazienti critici “ordinari”. Questa risorsa ha un’ulteriore capacità di espansione di altri 80 posti letto intensivi entro 48 ore, in caso di necessità. I posti letto di Area medica a disposizione per pazienti Covid-19 è quindi salita fino a 1.504, oltre a 34 sub-intensivi, con la possibile espansione di 156 letti entro 48 ore.

La Regione monitora tutti i dati dei ricoveri attraverso una struttura centrale denominata Centrale operativa regionale per le maxiemergenze ospedaliere (CO), con le seguenti funzioni:

  • coordinamento delle azioni di escalation regionali per il riorientamento dei flussi di ricovero in caso di superamento delle soglie previste di impegno delle strutture
  • attivazione dei mezzi di soccorso per i trasferimenti intraregionali, con particolare riguardo ai pazienti intensivi intubati
  • gestione dei trasferimenti da altre aziende/Aree Vaste/ regioni
  • coordinamento del trasferimento di pazienti
  • coordinamento dello spostamento di dispositivi, tecnologie o presidi medici da ospedale a ospedale (o da ospedale ai servizi territoriali) e la distribuzione in base alle necessità di dispositivi, tecnologie, presidi medici temporaneamente allocati presso la Centrale.

La CO aggiorna in tempo reale, con dati inviati dalle direzioni sanitarie, un portale dal quale si rilevano le informazioni sull’andamento dei ricoveri e sulla tenuta del network ospedaliero.

La risposta della Rete territoriale Toscana

Nell’ Aprile 2020 un’ordinanza del presidente della regione Enrico Rossi disegnava la gestione del percorso Covid-19 in ambito territoriale. Il processo di cura è affidato al Medico di Medicina Generale (MMG) o Pediatra di Famiglia (PdF) che può decidere se gestire direttamente la cura del paziente o attivare per la gestione l’ Unità Speciale di Continuità Assistenziale – USCA.

I pazienti COVID positivi sul territorio sono stati distinti:

  • pazienti paucisintomatici
  • pazienti con impegno polmonare/sospetta polmonite, ma senza segni di compromissione della funzione respiratoria
  • pazienti dimessi dall’ospedale “clinicamente guariti” (definizione ministeriale), ma ancora positivi al tampone, per il necessario periodo di convalescenza/clearance del virus e negativizzazione del tampone
  • pazienti in fase terminale che rifiutano il ricovero (Pianificazione Condivisa delle Cure) o che hanno a suo tempo espresso le Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT) e/o che in funzione della Pianificazione Condivisa delle Cure non sono sottoposti a ventilazione invasiva e quindi tornano sul territorio per cure palliative.

I setting di presa in carico sono:

  • domicilio del paziente: qualora le condizioni ambientali consentano un isolamento e/o protezione efficace degli eventuali conviventi
  • albergo sanitario
  • RSA/RSA a protezione sanitaria
  • strutture intermedie

Tutte le prestazioni domiciliari incluso, ove possibile, la rilevazione dei parametri vitali, vengono registrate sulla piattaforma regionale di gestione territoriale. Le prestazioni infermieristiche nel setting domiciliare per i pazienti COVID positivi vengono prioritariamente gestite dall’infermiere dell’USCA; sarà sua facoltà avvalersi, qualora ritenuto necessario, della consulenza e/o collaborazione dei colleghi del team domiciliare. Le prestazioni specialistiche sono garantite dagli specialisti che supportano l’USCA, come per esempio: pneumologo, infettivologo, palliativista. Riguardo alle indicazioni terapeutiche, il medico (MMG/PdF/USCA) che ha in cura il paziente prescrive la terapia farmacologica acquisendo dal paziente il consenso informato relativo al loro uso “off label”. I farmaci prescritti sono garantiti al paziente mediante il canale della farmaceutica convenzionata e DPC a fronte di prescrizioni utilizzando le funzioni relative alla dematerializzazione delle ricette (NRE via SMS) o allegato a mail.

Il follow-up clinico viene assicurato dal medico che ha in carico il paziente (MMG o PdF o USCA) attraverso:

  • controllo telefonico se il paziente è asintomatico o paucisintomatico;
  • accessi a domicilio per i casi di maggior impegno polmonare, con frequenza definita dal medico che ha in carico il paziente in base alla valutazione dei parametri generali, di funzionalità respiratoria e delle comorbidità.

Nel corso del follow-up, il medico valuta i parametri consigliati dalle evidenze di letteratura ai fini del mantenimento sul territorio, in particolare la temperatura corporea, saturazione, pressione arteriosa e le opportune scale di deterioramento clinico. Quando tecnicamente possibile, attua il monitoraggio dei parametri del paziente (tramite APP) ed all’occorrenza stabilisce un collegamento audio/video col singolo paziente secondo le modalità indicate previste dalle norme. In caso di compromissione della funzione respiratoria si provvede a contattare il 118, che opererà in conformità con le “Linee di indirizzo per la gestione del percorsoCOVID-19 in ambito ospedaliero e peri-ospedaliero”.

In un quadro complesso, in costante evoluzione, che ha visto alternarsi momenti di buon funzionamento a momenti di criticità, ANFFAS è stata pienamente coinvolta sia sul piano associativo che su quello di gestore dei servizi. A quasi un anno dall’inizio della crisi pandemica ed un’esperienza maturata sul campo a 360 gradi, in ambito associativo si è sviluppata una riflessione nata sulla base di casi reali e che si è sviluppata su due assi principali: persone con disabilità presso il proprio domicilio; sostegni residenziali per persone con disabilità, e le loro famiglie, colpite dal Covid. In entrambi i casi la pandemia ha messo in evidenza le fragilità ma anche le risorse territoriali, sulla quale programmare un tessuto locale di sostegno più forte di quello esistente prima della pandemia.

Gli attori del sistema sono numerosi:

  • Servizi legati al sistema sanitario quali distretto, medico di medicina generale, specialisti ambulatoriali, continuità ospedale territorio (ACOT), ospedali con reparti ordinari e Covid, equipe specifiche per l’emergenza Covid, direzioni ospedaliere e zonali, servizi sociali delle Asl
  • Servizi legati al comune quali servizi sociali, sostegni domiciliari, sostegni scolastici, trasporto
  • Servizi legati al mondo del terzo settore quali servizi residenziali, diurni, domiciliari, ambulatoriali, trasporto, volontariato di sostegno

Un semplice ed incompleto elenco quale quello sopra rende comunque l’idea della complessità del sistema che già in condizioni ordinarie, spesso, faticava a dialogare in maniera coordinata ed efficace e che, in emergenza Covid, ha incontrato nuovi problemi e difficoltà ed ha dovuto “inventarsi” modalità nuove di rapportarsi con un importante ruolo dell’associazionismo. Al netto delle criticità tipiche e ben conosciute che si sono riscontrate un po’ in tutta Italia a causa della poca chiarezza delle informazioni, spesso dovuta alla stratificazione delle stesse, al conseguente disorientamento dei cittadini, tanto più delle persone con disabilità e della capacità organizzativa che, in alcuni casi non è stata al passo con la corsa del virus, è forse interessante valutare le situazioni che hanno prodotto risultati sostanzialmente positivi pur in un contesto caotico ed in rapida evoluzione e, soprattutto, perché hanno prodotto risultati validi.

Ancor di più durante la pandemia è risultato centrale il contributo che ha potuto dare il Terzo settore quale attore proattivo del sistema di tutela delle persone più deboli e delle loro famiglie. Il caso di una persona con disabilità complesse, già frequentante un centro diurno di ANFFAS, che vive con un genitore anziano, entrambi colpiti da Covid con ricovero ospedaliero e complicazioni importanti, non è un caso poi così raro in questo periodo. Il fratello, convivente e non colpito da Covid, pur impegnandosi moltissimo nella cura dei propri cari, ha un’attività lavorativa che gli richiede ancor più attenzione del solito rendendogli assolutamente impossibile essere l’unico sostegno per il nucleo famigliare.

Ed ecco le agenzie attivate nel percorso:

  • Ospedale Covid,
  • Ospedale cure intermedie
  • ACOT (agenzia continuità ospedale territorio)
  • UVMD (unità di valutazione multidimensionale disabilità) di ASL e Comune,
  • MMG (Medico di medicina generale)
  • RSD ANFFAS

Provando a rappresentare graficamente il percorso attraverso una “mappa” delle relazioni emerge una trasversalità dell’intervento associativo, distinto dal sostegno residenziale attivato nell’ultima fase, così come emerge la trasversalità del medico di medicina generale.

È evidente la complessità del sistema che ha visto, fin dall’inizio, un ruolo dell’associazione legato al sostegno della famiglia con contatti costanti, di facilitatore verso il sistema interfacciandosi con i reparti ospedalieri ed i servizi territoriali, di facilitatore verso la famiglia aiutando il familiare di riferimento ad orientarsi rispetto alle azioni da fare per dare continuità di sostegni al fratello con disabilità, di erogatore diretto di sostegni residenziali al momento della dimissione ospedaliera essendo ancora la persona con disabilità in una condizione complessiva necessitante di sostegni residenziali complessi non erogabili nel contesto domestico e di partner nella progettazione del percorso futuro.

L’uscita dal reparto di cure intermedie, ad avvenuta negativizzazione da Covid 19, verso la RSD di ANFFAS per un adeguato periodo di recupero è avvenuta con percorso ed obiettivi concordati tra le agenzie ma soprattutto con la persona con disabilità e chi la rappresentava contribuendo così ad abbassare il più possibile i livelli di ansia e preoccupazione per l’immediato futuro di una persona con disabilità complessa ulteriormente aggravata dalle complicanze dovute al Covid. Una criticità importante del sistema è stata, ed è, la grave carenza di personale infermieristico nelle strutture territoriali del Terzo settore che hanno visto un progressivo svuotamento di tale personale migrato verso le strutture pubbliche. Un problema di estrema importanza che, al momento, non vede soluzioni a breve e, anzi, rischia ancora di peggiorare.

Piano educativo per gli studenti con disabilità, le associazioni denunciano: “Per la prima volta saranno esonerati da alcune materie”

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it 29/1/2021 Il decreto approvato nei giorni scorsi non convince le associazioni. La replica del capo dipartimento del Miur Bruschi: “Falso che siano previsti tagli nei posti di sostegno. Anzi il provvedimento si inserisce in una serie di misure che abbiamo cercato di coordinare che assumono l’inclusione scolastica come centrale. L’Italia è il Paese con la migliore legislazione sull’inclusione”

“Il nuovo Piano Educativo Individualizzato (PEI) cosi com’è stato approvato non migliora le condizioni degli alunni con disabilità. Per la prima volta nella storia dell’inclusione scolastica si potranno esonerare gli studenti disabili dall’insegnamento di alcune discipline”. A denunciarlo a ilfattoquotidiano.it è la presidente del Coordinamento Italiano Insegnanti di Sostegno (CIIS). “Troppe criticità nel testo, la voce delle famiglie e delle associazioni è rimasta inascoltata” affermano diverse organizzazioni che difendono i diritti delle persone non autosufficienti. “Siamo pronti alla mobilitazione” è la voce che circola in questi giorni tra le associazioni. Secondo il presidente dell’Anffas “ci aspettavamo qualcosa di meglio ma è un passo importante. Chiediamo che venga convocato presto l’Osservatorio sull’inclusione scolastica per chiarire diversi aspetti e apportare urgenti migliorie ai punti più controversi”. Per MiSos che riunisce i docenti specializzati sul sostegno il nuovo PEI “deve essere migliorato dando maggiore voce in capitolo alle famiglie e finalmente dando stabilità agli oltre 70mila docenti specializzati sul sostegno precari da anni”.

Il 29 dicembre dello scorso anno sono state approvate le nuove misure sull’inclusione scolastica e sostegno degli alunni con disabilità frequentanti le scuole di ogni ordine e grado, un modello unico nazionale che riguarda 268.671 studenti disabili (dati Istat riferiti al 2020), il 3,5% degli iscritti totali. Con il decreto interministeriale 29 dicembre 2020 n. 182 sono definite le nuove modalità per l’assegnazione delle misure di sostegno, previste dal decreto legislativo 66/2017, in particolare i modelli di Pei. Si tratta di un decreto atteso dalle famiglie e non solo, previsto da almeno un anno. Il provvedimento stato trasmesso il 13 gennaio dal Miur alle scuole e dovrà essere adottato per il prossimo anno scolastico 2021-2022.

Contattate da Ilfattoquotidiano.it le associazioni che difendono i diritti delle persone disabili valutano le misure “non convincenti” e evidenziano “molte ombre e criticità”. Per le organizzazioni dei docenti specializzati sul sostegno si tratta di un “passo indietro” e “fatto gravissimo. Secondo il capo del dipartimento per l’Istruzione Max Bruschi invece, “questo provvedimento si inserisce in una serie di misure che abbiamo cercato di coordinare che assumono l’inclusione scolastica come centrale”. E “non è vero” che il decreto “presuppone un taglio nei posti di sostegno”.

Anffas: “Nuovo Pei? Ci aspettavamo qualcosa di meglio” – Doveva rappresentare la grande svolta positiva tanto attesa dalle famiglie con studenti disabili per vedere finalmente realizzato il diritto allo studio per tutti, con una effettiva inclusione di qualità, con personale docente formato e specializzato, rispettando le esigenze e peculiarità anche di tutti gli alunni con gravi disabilità, invece “ci sono diversi elementi ancora da migliorare come il ruolo da potenziare della compartecipazione delle famiglie al percorso di valutazione del Pei” dichiara Roberto Speziale, presidente di Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale (Anffas). Inoltre nel decreto ci sono le tabelle di valutazione “che imbrigliano la quantificazione dei sostegni in un superato concetto che fa ancora riferimento alle menomazioni possedute e non alla necessità della quantità, qualità ed intensità di sostegni ad ognuno necessari per essere posto in condizioni di pari opportunità con gli altri e per poter esprimere nella massima misura possibile le potenzialità possedute”. Altro aspetto assai critico rimane, secondo Speziale, “il fatto che il ministero con un autentico gioco “delle tre carte” rischia di svuotare, sotto il profilo della concreta esigibilità i sistemi non didattici di compresenza degli enti locali, che in base a quanto si è previsto in questo decreto potranno non tenere conto e garantire quanto verrà invece indicato nel Pei”. Il presidente di Anffas, allo stesso tempo, riconosce che il decreto firmato congiuntamente dal ministro dell’Istruzione, Lucia Azzolina, e dal ministro dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri, comunque “rappresenta un passo importante verso il completamento dei vari atti che la riforma cosiddetta della “Buona scuola” ha previsto. Finalmente – continua – si dispone di modelli ufficiali ed omogenei per progettare un percorso all’interno di un nuovo concetto di corresponsabilità di risultato di tutta la comunità educante, per far sì che si possa realizzare quella tanto attesa inclusione degli alunni disabili che fino ad oggi ha fatto registrare poche luci e diverse ombre”. Speziale esprime un “giudizio complessivo improntato alla cautela auspicando che al più presto venga convocato l’Osservatorio sull’inclusione scolastica per poter meglio chiarire gli aspetti più controversi ed avere certezza che il previsto accompagnamento del nuovo sistema attraverso un importante piano formativo ed informativo venga avviato in tempi più rapidi possibili”.

Insegnanti di sostegno: “Si potrà esonerare gli alunni con disabilità” – Ancora più dure sono le organizzazioni dei docenti specializzati sul sostegno che giudicano il nuovo Pei approvato un “grave passo indietro perché per la prima volta nella storia dell’inclusione scolastica, vi è indicato la possibilità di esonerare gli alunni disabili, il che comporterà un allontanamento dai loro compagni e da alcuni insegnanti, che non saranno più i loro docenti. Questo c’è scritto nell’articolo 10, comma 2, lettera d”. A denunciarlo è Evelina Chiocca, presidente del Coordinamento Italiano Insegnanti di Sostegno (CIIS). Chiocca si domanda “Ma chi ha introdotto l’esonero ha pensato, per un attimo, agli alunni per i quali l’esonero potrebbe essere adottato per tutte o quasi tutte le discipline? E che in questo caso l’alunno resterebbe per tutto il tempo-scuola affidato al solo docente specializzato per il sostegno?”. La preoccupazione maggiore è quella di veder messo nero su bianco la possibilità di esonerare determinati alunni e i timori per cosa potrebbe accadere dal prossimo anno sono forti. “L’esonero anticipa, attraverso la ‘microespulsione’, oggi limitata ad alcuni, la ‘macroespulsione’ degli alunni disabili dal percorso comune, che saranno, molto probabilmente, relegati in contesti chiusi, insieme ai soli docenti di sostegno” afferma la numero uno del CIIS. “Nel dibattito sfugge la questione pedagogica. Ma a farne le spese di queste infauste decisioni saranno non solo gli alunni disabili ma anche i compagni di classe, privati dell’opportunità della condivisione educativa e formativa: un danno irreparabile dell’intero sistema sociale di un Paese civile”. Il CIIS ha lanciato un “appello alla società civile e a tutte le forze politiche affinché si intervenga, al più presto, per restituire all’Italia quel ruolo primario che lo ha vista, fino a ieri, in prima linea in difesa dei diritti delle persone, a prescindere dalle specifiche condizioni dei singoli, impegnato a rimuovere tutti quegli ostacoli che limitano e impediscono la realizzazione della persona, nel riconoscimento del principio di uguaglianza”.

MiSos: “Non stabilizzate le 70mila cattedre in deroga sul sostegno” – Contattato dal Fatto.it il presidente del Movimento insegnanti di sostegno specializzati (MiSos), Ernesto Ciracì, vede poche cose buone nel decreto: “Ritengo positivo l’introduzione dell’approccio bio-psico sociale dell’ICF (Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute che fa parte della più ampia famiglia delle Classificazioni Internazionali dell’OMS, ndr) che nell’ambito scolastico ci permette, indagando gli aspetti funzionali dell’alunno con disabilità, di andare incontro in modo più preciso e coerente ai bisogni valorizzando soprattutto le capacità, abilità, che caratterizzano ciascun studente”. Secondo il presidente di MiSos, tuttavia, diverse sono le criticità che emergono e riguardano in primis: il cambiamento dell’assegnazione e quantificazione delle ore di sostegno. “E’ molto preoccupante ciò – afferma – perché già attualmente siamo di fronte a migliaia di ricorsi per vie giudiziarie da parte dei genitori degli alunni per richiedere a vario titolo l’implementazione delle ore di sostegno che purtroppo vengono concesse sempre a ribasso per meri motivi economici”. Tutto ciò provoca l’annoso fenomeno delle cattedre in deroga. “Non vorremmo che con il nuovo automatismo di assegnazioni delle ore sul sostegno fossimo di fronte ad ulteriori razionalizzazioni delle risorse per mere ragioni di bilancio”. Ciracì rileva anche “come manchino le linee guida del Ministero della Sanità per la progettazione del Profilo di funzionamento propedeutico alla realizzazione del Pei in ICF, pertanto sarà necessaria un’omologazione nell’utilizzo dell’ ICF tra Asl e scuole”. Ulteriori timori vengono evidenziati dal momento che “nelle linee guida – aggiunge – si sottolinea l’importanza dell’osservazione sistematica come presupposto imprescindibile per conoscere le potenzialità, bisogni degli alunni disabili, e visto che l’osservazione sistematica viene eseguita sin dal primo giorno di scuola, per almeno due-tre mesi ci chiediamo come si potrà realizzare questo importante presupposto pedagogico se non vengono nominati in tempo utile i supplenti. Basti pensare come solo quest’anno le ultime nomine sul sostegno sono avvenute addirittura ad inizio dicembre”. In conclusione il presidente di MiSos osserva che “se non vengono trasformate tutte le 70mila cattedre in deroga, con la conseguente stabilizzazione dei docenti specializzati sul sostegno, ci ritroveremo sempre quell’infinita Tela di Penelope che fa solo male ai nostri studenti”.

Il capo dipartimento per l’istruzione Bruschi: “Nessun taglio dei posti al sostegno, inclusione è centrale” – “Qualcuno ha detto che questo decreto presuppone un taglio nei posti di sostegno: ciò non è assolutamente vero. Anzi, questo provvedimento si inserisce in una serie di misure che abbiamo cercato di coordinare che assumono l’inclusione scolastica come centrale”, ha dichiarato invece il Capo del Dipartimento per l’Istruzione Max Bruschi nel corso della presentazione, in diretta sul sito del Ministero, del nuovo decreto sull’inclusione e dei nuovi modelli di Piano Educativo Individualizzato. “A partire dal prossimo anno e nel successivo triennio – ha proseguito Bruschi, ricordando l’ultima legge di bilancio – avremo 25 mila insegnanti di sostegno stabili in più. Abbiamo poi 10 milioni di euro per l’anno 2021 per realizzare l’inclusione scolastica che significa presa in carico dello studente con disabilità da parte dell’intera comunità educante. Queste risorse serviranno alla formazione degli insegnanti curriculari, non genericamente sul sostegno, ma sui casi concreti che si troveranno mano a mano ad affrontare nella realtà delle scuole”. Secondo le classifiche europee, ha ricordato il capo del Dipartimento, “siamo il Paese che ha la migliore legislazione sull’inclusione”. Ci sono molte realtà scolastiche splendide dove l’inclusione è una buona pratica, ha proseguito, ed “è attraverso il coinvolgimento di queste scuole che vorremmo migliorare non soltanto i dati quantitativi, ma soprattutto gli elementi e i dati qualitativi dell’inclusione: una migliore inclusione degli alunni con disabilità significa una migliore inclusione per l’intero gruppo classe e una migliore performance per l’istituzione scolastica, che significa una migliore istruzione per tutti”.

Barriere architettoniche: nelle città si diffondono le rampe per disabili in mattoncini Lego

Fonte: disabili.com 31/1/2021

L’idea, nata da una signora tedesca, si diffonde che da noi: ecco come partecipare ai progetti

Un celebre detto dice che se Maometto non va alla montagna, la Montagna va da Maometto. Come a dire: a mali estremi, piuttosto che aspettare gli altri, conviene arrangiarsi. In questo caso si è scelto di arrangiarsi per superare le barriere architettoniche utilizzando una buona dose di creatività e di colore: stiamo infatti parlando della nuova tendenza, nata in Germania, di costruire delle rampe per disabili coi mattoncini Lego.

Rita Ebel sulla carrozzina con una rampa di lego in mano

L’idea è nata da Rita Ebel, una signora tedesca che vive ad Hanau, in Germania, che, stanca di dover restare fuori da locali e negozi della sua città, inaccessibili alla sua sedia a rotelle, si è ingegnata costruendo delle rampe coi mattoncini Lego. L’obiettivo raggiunto è duplice: non solo la costruzione permette di superare piccoli dislivelli con le carrozzine ma, con i loro colori, le rampe attirano l’attenzione di grandi e piccoli, e questo fa sì che anche chi non si era mai posto il problema dell’accessibilità, ora se ne accorga.

L’intuizione è piaciuta tanto (non solo per la sua facilità, ma anche per l’allegria di queste rampette), che ben presto hanno iniziato ad importare l’idea alcuni Paesi europei, Italia compresa. Tra i progetti nostrani in corso, quello dell’associazione “Amici di Tommy e Cecilia Onlus” di Sesto Calende (Va) che realizza le rampe di Lego tramite gruppi di lavoro formati da personale volontario destinate a qualunque attività commerciale o luogo aperto al pubblico il cui ingresso presenti un piccolo gradino. Chiunque può contribuire: è infatti attiva una campagna di “raccolta Lego” rivolta a tutti coloro che, in possesso di mattoncini inutilizzati, vogliano donarli. I mattoncini richiesti sono:
-piastre di base della larghezza di 25,5 cm
-mattoncini basic (larghi e stretti)
-mattoncini basic sottili in tutte le dimensioni e colori.
I mattoncini potranno essere spediti e/o consegnati presso la sede dell’associazione. Per info: info@amiciditommyececilia.it – Pagina Facebook.

In provincia di Padova l’associazione culturale Carrare 2.0 porta avanti “Col-Lego”, progetto col quale si costruiscono rampe per carrozzine coi Lego da donare a chi ne ha bisogno. Qui la loro pagina Facebook, con la possibilità di contribuire, regalando mattoncini.

due rampe fatte con lego colorati appoggiate per terra per superare un gradino
L’idea sta piacendo tanto e sta prendendo piede: ferma restando la necessità di affrontare il tema dell’accessibilità e dell’abbattimento delle barriere architettoniche nelle nostre città in maniera strutturata, queste iniziative dimostrano quanto si possa fare dal basso, e quanto la gente abbia voglia di contribuire a costruire qualcosa di utile e migliore per il prossimo. Davvero una ventata di colorata speranza!